VENETO. Chi veramente comanda la nostra Regione???

La difesa del Popolo, 11/02/2013

Veneto. Chi veramente comanda la nostra Regione???

 Sono sempre gli stessi

La domanda, visto il titolo del libro, è scontata. Ma allora, chi sono i veri padroni del Veneto?
«Quelli di sempre; non è proprio cambiato nulla. Perché non è mutato il principio ispiratore, anzi, il vero e proprio precetto a cui si rifanno da sempre coloro che reggono questa terra. Eccolo: “Comandamento quinto: chi ha i soldi ha vinto”. Un’affermazione semplice, perfino scontata; ma vera, radicata. Nonostante sia cambiato il governatore, si sia preannunciata una nuova fase politica, tutto è rimasto come prima: Baita, Stefanel, Marchi, Endrizzi, la Mantovani, lo studio Altieri, Giovanni Mazzacurati, quelli che fanno il Mose, tanto per fare qualche nome. Questi avevano un po’ di paura, temevano che l’avvento di Zaia avrebbe spostato gli equilibri; in fondo lo aveva annunciato lo stesso candidato leghista. Di fatto tutto è rimasto come prima: un po’ perché non ci sono risorse, molto per il motivo semplicissimo che tanto, troppo, era già deciso, avviato. Talora Zaia non ha potuto fare altro che prendere atto e proseguire».
Gianfranco Bettin, sociologo e politico, non ha dubbi. «La classe politica veneta lascia fare perché non ha idee. Non è dirigista perché non è di sinistra… In questo c’è stata la grandezza dei democristiani. Galan è stato un prosecutore della tradizione, in chiave liberale, quindi senza le mediazioni che la Dc faceva organicamente con la chiesa e con le grandi forze sociali e politiche. Galan non c’entra con quel mondo, ne ha fatto a meno. Dal 2000 al 2010 ha regnato su un sistema di potere che non ha rivali tuttora, che è stato sorpassato ma non sostituito da Luca Zaia. Il blocco è sempre quello: si fonda sull’idea che il Veneto non ha bisogno di essere governato perché le forze di cui è dotato chiedono solo di sprigionarsi» (pag. 164).
«È sotto gli occhi di tutti: questa regione è frutto di una sorta di spontaneismo. Anche i ragionamenti sul così detto “modello veneto” non hanno molto senso. Un modello, se è veramente tale, si progetta e poi si costruisce; qui è successo esattamente il contrario: la definizione delle linee portanti che identificano la nostra società è avvenuta a posteriori; in sostanza, politici e studiosi hanno cercato di dare sistematicità legittimante a quanto era già avvenuto. Un tempo, tuttavia, lo spontaneismo della società e dell’economia veneta era mediato attraverso stretti rapporti con la società civile, con i gruppi sociali, con la chiesa, le associazioni di categoria. Poi è saltato anche questo; Giancarlo Galan, in nome del suo liberalismo ma anche di una incapacità di relazioni con questi mondi, ha lasciato perdere; così quello che poteva essere dare spazio alla libera iniziativa è diventato caos»
Classe dirigente che prende ordini
«… un pendolarismo incessante dell’intera classe politica veneta. Un ruolo subalterno del veneto, che include la classe imprenditoriale, numerosa e vociante ma incapace di una efficace rappresentanza nazionale…. Il Veneto di Bernini e De Michelis era molto più autonomo di quello di Galan e Bernini» (pag. 51).
«Che cos’è il Veneto a livello nazionale? Quanto conta? Praticamente nulla. Non è una questione di posti, di rilevanza nei contesti nazionali; è proprio l’incapacità di essere significativi. Questo è un problema che riguarda sia il mondo politico che quello imprenditoriale e che ha radici in una stratosferica carenza della società veneta e dei suoi attori: l’assoluta incapacità di mettersi insieme. Non me lo sono spiegato fino in fondo; comunque questa è la realtà: per i veneti è quasi impossibile lavorare creando progetti condivisi. Ognuno va per sé, da solo… Dicono che è un po’ il risvolto negativo della grande capacità di intraprendere; perché chi sa fare questo mestiere alla fine è uno che pensa e guarda soprattutto a se stesso».
I nuovi padroni
«Lo zoccolo duro e intollerante (della Lega ndr)… si è stemperato con l’arrivo del mondo cattolico: prima alla spicciolata, poi con le strutture organizzate. Un partito non tocca il 36 per cento di voti nel Veneto senza passare attraverso il consenso di gente che va a messa alla domenica, frequenta le parrocchie, fa volontariato» (pag. 104).
«L’avvento della Lega poteva essere un’occasione per prendere coscienza della validità e delle opportunità venete, invece è stato solo un rigurgito di localismo.
È chiaro che a questa ipotesi, o meglio a tale suggestione, hanno creduto in molti; pure tra coloro che inizialmente potevano essere distanti, come gli imprenditori, ma anche segmenti tradizionalmente radicati nella società veneta, come quelli legati al mondo cattolico. Anche se ufficialmente nessun uomo di chiesa ha benedetto la Lega, di fatto molti praticanti o semplicemente interpreti della cultura cattolica sono saliti, magari soltanto al momento del voto, sul carroccio. Comunque anche la Lega non ha saputo dare al Veneto un profilo. Adesso i tempi sono molto interessanti e suggestivi: le vicende milanesi, l’ascesa di Flavio Tosi, il fatto che ci sia Zaia al vertice, lasciano ampi spazi di manovra ai veneti della Lega. Resta da vedere se sapranno approfittarne».
“Veneto, lavora e tasi”
«“Veneto, lavora e tasi” è andato in archivio. Il Veneto che ha ritrovato la parola fa parte di quell’orchestra scordata chiamata “questione settentrionale” che rompe quotidianamente i timpani al resto del Paese, ricordando chi paga il conto. Con quali risultati? (……) La conclusione è che “Veneto, lavora e tasi” è stato soppiantato da “Veneto, lavora e parla par gnente”» (pag. 268).
«Sicuramente oggi il Veneto si fa più sentire; ma soltanto perché emette un maggior numero di suoni e lo fa a un tono più elevato. I fatti? Nulli o irrilevanti. Adesso, anche nei palazzi veneziani, tutti parlano, annunciano, dichiarano volontà, perfino illustrano progetti. Poi, vai vedere che cosa c’è dietro e trovi il nulla.
Siamo soltanto alla fase di una timida consapevolezza di poter contare di più, ma, al di là di ciò, il vuoto regna sovrano. Chi ha beneficiato in passato, continua farlo, immerso nei propri affari: i centri commerciali, gli ospedali, le strade, i lavori per la salvaguardia di Venezia, Veneto city...
Gli altri magari si lamentano, perché la crisi morde, ma non si sta modificando quasi nulla».
Nuovi scenari
«… i pugili sul ring, quando sono all’angolo e piovono pugni da tutte le parti, per non cadere “fanno appello alle risorse morali”. Sembra una frase fatta, aria fritta. Invece rinvia ai fondamentali: è la molla dentro, se ce l’hai, che ti tiene in piedi quando tutto crolla intorno» (pag. 280).
«Un amico mi ha detto che ho chiuso il mio racconto “in gloria”, aprendo alla speranza e appellandomi ai valori morali dei veneti. Non è solo una strategia narrativa o editoriale: ci credo. Se poi mi domandano quali sono, oggi, questi punti forti da cui i miei concittadini possono trarre energia e guardare il futuro, lo ammetto: sono un po’ in difficoltà. Un tempo il profilo dei veneti era delineato con sufficiente chiarezza: lavoratori, non soltanto esecutori; gente che sapeva creare, inventare, intraprendere; dietro vi era un’unità formativa (che in buona parte derivava dal mondo cattolico). Oggi tutto questo se non svanito è quanto meno stemperato; eppure credo che alcune caratterizzazioni dei veneti, come appunto la capacità di lavorare in autonomia, siano diventate un patrimonio genetico a cui è possibile ancora attingere. Basterà? Non lo so; ma sono convinto che possiamo ripartire da questo, magari cominciando a capire che non possiamo più essere isolati, né tra di noi, né con quelli stanno oltre il Po o le Alpi».

 

T. G.

Persino un organo di stampa vicino alla Chiesa,pubblicando degli stralci del libro di Renzo Mazzaro,  solleva la questione: voi che ne pensate?

Con la questione projet finacing o finanza di progetto si sono spostati gli equilibri della spesa  sia a livello regionale,ma anche locale;non trovate che un buon amministratore deve essere tenuto a programmare la  sua attività in base alle reali finanze e non pianificare su scenari immaginabili?

Non trovate che i soliti noti,citati sopra,abbiano depauperato le risorse del nostro territorio? Nella realtà attuale e del comune di Cassola l’ambizioso progetto dell’AcquaPark (costo 18 milioni di euro,circa 35 miliardi del vecchio conio ) non dovrebbe essere di monito per eventuali altre spese? Chi ha la responsabilità ha secondo voi limitato la pianificazione del nostro Comune di Cassola per i prossimi anni ? Se si non dovrebbe essere un obbligo morale riferire ai cittadini di Cassola su tale operato e darne le giuste motivazioni?

Attendiamo i vostri graditi commenti

 

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