Perché il referendum in Lombardia e Veneto è inutile

referendum veneto

Articolo del 20 ottobre di Wired.it

Maroni e Zaia chiedono ai cittadini, spendendo un sacco di soldi, quella carta bianca di cui già dispongono. E prefigurano scenari incostituzionali. Perché era meglio mettere quei 64 milioni di euro sui servizi sociali.

Diciamoci la verità: dobbiamo ringraziare Roberto Maroni. No, non per il referendum fake (o refakerendum, come preferite) sull’autonomia della Lombardia (si vota anche in Veneto). Ma per il primo esperimento di voto elettronico in Italia: domenica 7,7 milioni di cittadini avranno a disposizione 24.400 schermi per rispondere al quesito sotto la gestione di Smartmatic, la società informatica che si è aggiudicata il bando della regione. Tablet che poi saranno in qualche modo redistribuiti alle scuole e che hanno fatto lievitare il costo della tornata a 50 milioni di euro. Vedremo come andrà e se funzionerà. In Veneto, intanto, ne hanno sborsati “solo” 14.

Peccato che l’esperimento venga applicato a un voto, in Lombardia come in Veneto, praticamente inutile. Si tratta ovviamente di referendum consultivi legali, organizzati con l’accordo del governo – ma il ministero dell’Interno chiede ora il rimborso per gli straordinari degli agenti impiegati per vigilare sui seggi – e tuttavia privi di senso per una quantità di ragioni. Uno spreco di denaro pubblico che oltre tutto, con lo spettro catalano sullo sfondo (non c’entra nulla, ovvio, ma si farà sentire) difficilmente porterà al voto più del 30/35% degli elettori. E se accadrà, sarà stato grasso colato. Alcuni degli ultimi sondaggi danno i votanti sicuri al 16% e quelli probabili al 26%.

In Lombardia il quesito è il seguente: “Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?”. In Veneto, dove bisognerà superare il quorum del 50% più 1 degli elettori che in Lombardia non è necessario, si va più per le spicce: “Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?”. Ma che vuol dire?

Più o meno nulla. Molti elettori sono convinti che in questo modo si possa viaggiare verso l’attribuzione dello statuto speciale alle due regioni (i due presidenti di regione l’hanno ripetuto varie volte ma è impossibile, bisognerebbe modificare la Costituzione), che si possano trattenere le tasse, che si guadagni autonomia sulla gestione dell’ordine pubblico e dei flussi migratori. Forse Maroni vuole i suoi Mossos d’Esquadra.

Nulla di tutto questo. Il voto è consultivo: ciò che le giunte chiedono agli elettori, il mandato politico per intavolare una discussione con il governo, ce l’hanno già. Si poteva e potrebbe fare adesso, senza alcuna investitura popolare, come ha fatto l’Emilia Romagna col solo voto del consiglio regionale e con formule sostanzialmente diverse. E infatti ci sono anche nelle due regioni del Nord percorsi avviati in questo senso. Tuttavia Maroni e Luca Zaia desiderano quell’accompagnamento di popolo che non è previsto dalla nostra Carta costituzionale.

Pure molte delle altre ragioni dei promotori sono completamente appese nel vuoto. Dal cosiddetto “residuo fiscale”, cioè il 27 miliardi sbandierati da Maroni che non tornerebbero totalmente alla Lombardia perché la perequazione fiscale in Italia è competenza del governo centrale a ordine pubblico, sicurezza e immigrazione, come fa notare Dario Martini oggi sul Tempo: non potrebbero finire sotto la competenza esclusiva di Lombardia e Veneto perché l’art. 116 della Costituzione non lo prevede.

Il tutto senza contare che i quesiti sono al contempo generici e inefficaci: non precisano su quali delle 26 competenze contendibili allo Stato le regioni dovrebbero aprire un’ulteriore fase di trattativa. Chiedono quella carta bianca di cui già dispongono, senza che la consultazione possa avere quell’unico barlume di utilità: capire dai cittadini quali siano i temi che stanno loro a cuore. Una bella (e costosa) presa in giro: sarebbe stato meglio se la regioni avessero messo quei soldi sui servizi sociali.

Insomma, se fossi un cittadino lombardo o veneto sarei molto arrabbiato con i miei amministratori regionali. Hanno speso un sacco di quattrini per (non) chiedermi di fare ciò che hanno già la facoltà di fare, paventando in campagna elettorale sviluppi incostituzionali impossibili da ottenere con un voto simile. A quanto pare, l’hanno capito anche lombardi e veneti.

di Simone Cosimi (Wired.it)

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